Recensione: The Oracle’s Queen di Lynn Flewelling

Ed eccoci a un nuovo lunedì (depressione galoppante…) e, per svagarci un po’, una nuova recensione.

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Under the rule of a usurper king, the realm of Skala has suffered famine, plague, and invasion. But now the time for the rightful heir has come, a return to the tradition of warrior queens. And the Lightbearer’s prophecy is to be upheld at last: so long as a daughter of the royal line defends and rules, Skala will never be subjugated.

Now a mystical fire has burned away the male body known as Prince Tobin, revealing Princess Tamír, a girl on the verge of womanhood–and a queen ready to claim her birthright after a life in disguise under the protection of wizards and witches. But will her people, her army–and the friends she was forced to deceive–accept her? Worse, will the crown’s rival heir, friend to Tobin, turn foe to Tamír, igniting civil war in a fierce
battle for Skala?

Titolo: The Oracle’s Queen

Autore: Lynn Flewelling

Casa editrice: Spectra

Numero di pagine: 576

Voto: 7.75/10

 

PRESENTI SPOILER SU TUTTA LA TRILOGIA!

The Oracle’s Queen chiude la trilogia incentrata sul personaggio di Tobin/Tamìr e getta le basi per la fortunata serie d’esordio dell’autrice, la Nightrunners series. Nel libro precedente (Hidden Warrior), Tobin aveva finalmente ripreso le sue vere sembianze e rivendicato il suo trono, salvando Ero dai plenimariani e preparandosi all’ostilità di Korin e a una guerra civile.

Su questo terzo ed ultimo romanzo avevo delle aspettative particolari. Da una parte il secondo mi era piaciuto molto e mi aveva fatto sperare in un bellissimo atto conclusivo, dall’altra avevo paura che il libro si concentrasse esclusivamente sulla guerra, trascurando il lato più intimo e, forse, interessante della trilogia: il cambiamento da maschio a femmine e il rapporto con Ki. Il risultato di questa mia somma di paure e speranze è un voto medio e un po’ di dispiacere per una trilogia che, nonostante le ottime premesse e un secondo libro molto bello, rimane senz’altro interessante e gradevole ma non mi ha colpita al cuore come avevo sperato.

La Flewelling sceglie di concentrare quasi interamente il romanzo sui conflitti di identità di Tamìr e sull’evoluzione del suo rapporto con Ki, di cui è innamorata da anni. Già da questa prima scelta, il mio gradimento è inaspettatamente calato. Sebbene temessi un libro con troppe battaglie e combattimenti, non ho potuto fare a meno di pensare che, vista la situazione, un po’ più di conflitti militari sarebbero stati dovuti. E per quanto sia interessante la situazione che la Flewelling ci mostra, saltando da un fronte all’altro (il terzo libro è quello con più POV in assoluto), la storia ha perso un po’ di mordente, quasi banalizzandosi nel suo concentrarsi unicamente sulle dinamiche relazionali e risolvendo il nodo più importante della trama (lo scontro con Korin e con il suo esercito numericamente superiore) in un’unica battaglia.

A parte questo, la mia altra grossa perplessità deriva già dal secondo. Per quanto Tamìr venga descritta come naturalmente portata per la guerra e la tattica (e poi, non scordiamocelo, lei è la regina predetta dall’Oracolo, benedetta dello stesso Illior), mi viene da dire che una ragazzina di 15/16 anni (non mi ricordo con precisione) e che ha combattuto solo tre volte contro un pugno di briganti non dovrebbe avere la capacità e la sicurezza per comandare un intero esercito. Invece Tamìr non ha un attimo di esitazione e non ha neanche problemi nell’immedesimarsi nel ruolo di regina, capitatole all’improvviso. Per quanto Tamìr sia stata addestrata e, ripeto, sia anche molto dotata, ho trovato un po’ poco credibile la situazione.

Allora, queste sono le grosse pecche, a mio parere. Il resto, deriva dal fatto che mi è sembrato di trovarmi a leggere, dopo due romanzi, di un protagonista totalmente diverso. Questo è anche uno dei punti più importanti del romanzo. Nel momento in cui Tobin diventa (torna) Tamìr, gli amici e lei stessa fanno fatica a riconoscersi, nonostante sia sempre la stessa persona. Ecco, da lettrice ho avuto tutt’altra impressione. Mi è sembrato di leggere di qualcuno di familiare, ma in realtà lontano da me. Non so, forse mi ero affezionata a Tobin e alla sua condizione di terzo in linea di successione e trovarmi Tamìr, legittima regina di Skala, mi ha destabilizzata.

Mi è piaciuto invece il modo in cui la Flewelling ha gestito il rapporto con Ki. Alla fine del secondo mi aveva un po’ stranita il fatto che sembrava che l’amico avesse nel giro di due ore accettato e digerito lo sconvolgente segreto di Tamìr. Ecco, fin dall’inizio del terzo romanzo ci accorgiamo che non è affatto vero e che, se l’affetto che lo lega a Tamìr è sempre forte, i nuovi sentimenti che si mescolano con i vecchi li allontanano l’uno dall’altra. Vederli andare oltre, infine, è stato uno dei momenti più dolci della trilogia.

Iya è un personaggio che, fin dall’inizio, mi ha ispirato sentimenti contrastanti (più che altro antipatia). Più andavo avanti a leggere più mi ripugnavano il suo gesto e la sua spietatezza. Ero sicura che, infine, saremmo arrivati alla resa dei conti. Ecco, è avvenuta ed è passata, ma la mia soddisfazione è stata relativa e mi ha lasciata con molti sentimenti contrastanti e, in generale, con molta amarezza.

Il finale della storia è prevedibile. L’unica cosa che mi chiedevo era chi sarebbe morto. Fin dall’inizio, infatti, avevo presagito una trilogia dalle tinte dark e con un finale da strapparsi i capelli. Un po’ lo volevo, ecco, ci stava! Invece, la Flewelling ha salvato capra e cavoli, tagliando su tutta la tragicità che poteva offrire questa storia di tradimenti, omicidi e demoni. E, alla fine di tutto, continuo a pensare che il torto fatto ad Ariani e a Fratello non sia stato completamente ripagato.

In definitiva, una bella trilogia che cala sul finale. Nonostante le mie belle speranze, ho preferito di gran lunga i primi tre libri di Alec e Seregil e non vedo l’ora di leggermi i prossimi, nella speranza che il livello si mantenga alto.

 

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